Noi siamo quelli che sognano di cambiare il mondo. E qualche volta ci incontriamo per farci compagnia. Noi siamo quelli che sognano di cambiare il mondo e godiamo quando qualcuno ci riesce perché sì, a volte, qualcuno ce la fa. vienici trovare www.avanguardiavisionaria.it
venerdì 18 settembre 2009
Internet Manifesto
martedì 1 settembre 2009
Sono responsabile di quello che dico...
...e come diceva Marino:
Le parole sono importanti... ma bisogna sapere soprattutto come dire le cose... e quando dirle.
Eppure, nonostante tutti gli sforzi che farai, qualcuno capirà cose che tu non hai detto.
Allora non c'è niente che tenga... manca l'armonia... e allora è meglio tacere.
Tanto... a che serve.
E aspettare che si possa ritrovare l'armonia peduta o che vada tutto a farsi fottere.
Meritocrazia... what's?
Oggi c'è gente che fa la stessa cosa, ma ne ha parecchi di più di anni, mooolti di più.
Certo, quando dovevo proprio fare qualcosa, incredibilmente, mi veniva spontaneo seguire quel consiglio, come se fosse un dogma insuperabile, impressomi nel DNA da sempre, lo seguivo come fosse l'unica vera e giusta cosa da fare, ma sempre 12 anni avevo.
In effetti, oggi, da adulto o quasi, posso orgogliosamente dire che non mi sbagliavo, il pensiero era corretto perché è corretta la base su cui si fonda e cioè che tutti siamo uguali, o almeno credevo fosse cosi, ne ero in qualche modo convinto.
Oggi, dopo parecchi anni della mia vita, posso dire che il primo è un modo di dire che condivido e che porto avanti con testardaggine ed anche con un po di orgoglio. Certo, non sempre riesco a fare le cose a regola d'arte, soprattutto quando non dipendono solo ed esclusivamente da me, ma almeno di provo.
Per il secondo invece... bè... il secondo, da quando ho avuto il dono della ragione e non solo
dell'utopia, non riesco più a vederla, a sentirla, a percepirla, l’uguaglianza, e a volte mi capita anche di non ricordare quando è stata l'ultima volta che l'ho intravista e più passa il tempo più confondo il suo ricordo con il sogno di averla vista.
Debbo dire, purtroppo, che è molto più vera, invece, la frase "l'uguaglianza non esiste", che sottolinea, come dire, impercettibilmente, che l'essere uguali è solo un'utopia o peggio uno strumento di controllo, diretto a soggiogare le menti più deboli o spesso più indifese allo scopo di tenerle sotto controllo, illudendole di poter raggiungere uno stato di libertà, di giustizia sociale e morale solo se non rompono le scatole (per non dire altro) a chi il potere lo detiene veramente e che non vuole essere disturbato per queste “sciocchezzuole”.
Sveglia!!!! nessuno è pronto li, con un banchetto e striscioni colorati a darti i tuoi diritti.
Non ci pensano nemmeno, non ne hanno la "benchémminimavoglia", sono solo bravi a darti consigli per tenerti lontano dal tuo diritto di essere libero, dal tuo diritto di essere riconosciuto meritevole di essere, semplicemente di essere.
Devi andarteli a prendere da solo i tuoi diritti e spesso devi pure strapparli dalla mani di quella gente che non vuole darteli ma che vuole tenerli per se come fosse un ricatto, come si fa ai bambini piccoli: mangia e zio ti da la caramellina!
Devi strapparglieli dalle mani, da quelle mani che sembra abbiano mille dita, unte dall'olio del frutto del leccaculo, sporche delle ingiustizie morali (quando ci va di lusso) perpetrate ogni giorno.
Sia ben chiaro, non sono qui con la pretesa di insegnare qualcosa al mondo, anzi, semmai riuscissi ad imparare da questo mondo sarebbe una grande conquista.
Sono qui solo per esprimere un mio libero pensiero, quindi se voi non sarete d'accordo tanto meglio, vorrà dire che qualche altra testa libera su questo pianeta c'è ancora.
Vedete, il fatto è che a ben pensarci, non vedo perché tutti debbano avere gli stessi diritti, se escludiamo dal discorso tutti quei diritti fondamentali come la liberta o il lavoro che possiamo trovare nella costituzione, nel buon senso e nell'amore reciproco.
Io modificherei la frase in modo più, come dire, puntiglioso, e scriverei che tutti devono avere gli stessi diritti se tutti fanno la loro giusta parte, perché nulla dovrebbe essere dovuto a chi, come molti, se ne stanno beatamente, a pancia piena, a fare nulla, mentre altri si sudano le famose (ed ormai puzzolentissime) sette camicie.
Non vedo alcun motivo, logico, etico, morale (e chi più ne ha più ne metta), per dare qualcosa a qualcuno che vive alle spalle degli altri, scroccando tempo, fatiche e meriti, magari nascondendosi dietro facciate di carta pesta con su scritte come razzismo, xenofobia, classe sociale etc. etc.
Mi sforzo per vedere se qualche buon motivo ci fosse per trattare tutti alla stessa maniera, ma dopo anni di lavoro, di incontri e confronti con gente di ogni ceto sociale e di molte culture diverse
nonché di religioni diverse, dopo aver viaggiato in lungo ed in largo per il mondo, non riesco ancora a trovarne uno di buon motivo... a voi cosa viene in mente?
Sto forse sbagliando in qualcosa? E se si (probabilissimo), in cosa?
Sia ben chiaro, ovviamente sto parlando di tutti quelli che non hanno alcun impedimento fisico o mentale, di tutte quelle persone (e ne conosco parecchie, purtroppo) che fanno sentire la propria voce solo ed esclusivamente quando pretendono qualcosa... ma a questo punto non posso non chiedermi alcune cose, tipo:
dove stavano quando c'era da lavorare,
dove stavano quando c'era da sudare, da faticare,
dove stavano quando c'era da aiutare qualcuno che veramente aveva bisogno,
dove stavano quando c'era da prendersi rimproveri per un lavoro svolto male,
dove stavano quando c'era da pulire il culo al mondo, quando c'era da spalare merda per riportare alla luce la vera essenza dell'essere umano,
lo so io dove stavano... a fare i beati porci comodi loro, ecco dove stavano, a guardare gli altri faticare e magari pure a lamentarsi che non facevano bene la loro parte...
la loro parte?
la loro parte?
ma stiamo scherzando?
mi verrebbe da rispondergli: e la tua di parte? quando la farai la tua di parte?
forse se tu avessi fatto la tua di parte gli altri, facendo solo la propria parte, l'avrebbero fatta meglio, ma cosi, facendo anche la tua di parte non sono riusciti a farle tutte e due bene... ma almeno, loro, non tu, ma loro, ci hanno provato.
Mi viene il vomito poi, quando c'è da distribuire i meriti perché c'è pure il rischio (quasi certezza) di trovarseli li, in fila, davanti a noi, moooolto davanti a noi, o magari te li ritrovi a urlare che loro hanno dei diritti, ma mai, mai, li ho sentiti o visti quando c'è da fare la fila per prendersi dei doveri, delle responsabilità. Mai.
E allora dobbiamo cambiare le cose e, come dicevo all'inizio di questo utopico testo, se una cosa va fatta, allora dobbiamo farla per bene o per niente.
L'unico modo che vedo per risolvere questa faccenda è quello di continuare a fare la nostra parte, sempre e soltanto nel migliore dei modi, puntando ad una risoluzione a regola d'arte, o almeno provandoci.
Non aspettiamoci nulla da chi, secondo una non meglio definita legge del merito, dovrebbe dirci che siamo bravi, ma diciamocelo da soli, sempre in modo onesto e sincero, se riteniamo in coscienza nostra, di aver fatto tutto quello che era in nostro potere.
Facciamo sentire la nostra voce quando, ingiustamente, ci viene tolto qualche cosa o non ci viene riconosciuto, ma non facciamo come i gamberi, non torniamo indietro sui nostri passi perché qualcuno non ci ha applaudito o magari ha detto "bravissimo" a chi non lo meritava, è probabile anche che siano due persone della stessa pasta (andata a male) o che uno dei due non sappia cosa effettivamente abbia fatto l'altro.
Non dobbiamo cambiare il nostro modo di fare, equiparandolo a quello di chi, come sopra, si prende i nostri "bravo bravissimo" perché "tanto i meriti vanno sempre a chi non fa nulla"... sarebbe come dare conferma che la giustizia e l'uguaglianza sono una barzelletta.
E' la nostra opinione di noi stessi che ci deve far muovere, che ci deve spingere avanti alla ricerca della perfezione interiore, dell'esaltazione dell'intelligenza e dell'acume, della ricerca del vero per comprendere meglio la differenza con il falso.
E' la nostra opinione del mondo che deve darci modo di puntare al cielo e tendere sempre più a non regredire al livello di un'ameba o di qualsiasi altro essere privo di intelletto o spina dorsale.
Se poi decidiamo anche di credere in un dio, bè, se ci aiuta ad essere migliori ben venga, l'importante è che non diventi una scusa per restare fermi ad aspettare l'intervento divino che forse, probabile, non arriverà mai.
Io non ne ho bisogno, mi basta la mia moralità.
Che agli altri, quelli che stanno pensando solo al loro prossimo "non far nulla" possa arrivare il mio augurio, un grande in bocca al lupo, perché a loro servirà tanta ma tanta fortuna quando le cose cominceranno ad andare male, perché chi è abituato a fare, a lavorare per se stesso e per gli altri, se la caverà sempre e sempre nel migliore dei modi, saranno gli altri che non ne usciranno vivi e se ci riusciranno, bè tanto meglio per loro, vuol dire che forse, ripeto, forse, si stanno evolvendo anche loro e pace per tutti.
sabato 29 agosto 2009
L'arte di perdere
così tante cose sembrano pervase dall'intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell'ora sprecata.
L'arte di perdere non è difficile da imparare.
Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.
Ho perduto l'orologio di mia madre.
E guarda! L'ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L'arte di perdere non è difficile da imparare.
Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.
Ho perso persino te. Questa è la prova. È evidente,
l'arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero disastro.
sabato 7 febbraio 2009
Le radici e le ali
in un paese di fame e pietre
nacque figlio di un vulcano
e del fiocco di neve
erano i tempi della battaglia
delle ferite delle bandiere
della fughe sulla montagna
delle camicie nere.
Passerà come acqua lungo il fiume
come passa questo vento
come passi soli nel tempo.
En el fruente de Jarama
nella guerra in Spagna
chi ricorda il nome
della sua compagna
ma chi sa dire
se è paura o amore
che t?incendia il cuore
che ti fa morire.
Passerà come acqua lungo il fiume
come passa questo vento
come passi soli nel tempo.
Vennero i giorni delle menzogne
delle bestemmie delle preghiere
dei compromessi e le piazze vuote
nuovi altari nuove frontiere.
Ora è solo come la pioggia
come pioggia nelle strade
con le radici con le sue ali
come un re di spade.
Solo come un sospiro
un orizzonte perso di vista
è solo come un gigante
è solo un vecchio comunista.
Passerà come acqua lungo il fiume
come passa questo vento
come passi soli nel tempo.
venerdì 5 settembre 2008
Qualcuno era comunista
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il "Paradiso Terrestre".
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché: "La storia è dalla nostra parte!".
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la borghesia - il proletariato - la lotta di classe. Facile no?
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente…
Qualcuno era comunista perché: "Viva Marx, viva Lienin, Viva Mao Zetung".
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava sempre RAI TRE.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il "materialismo dialettico" per il "Vangelo secondo Lienin".
Qualcuno era comunista perché era convinto d’avere dietro di sé la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista nonostante ci fosse il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore Partito Socialista d’Europa.
Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi solo l’Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi viscidi e ruffiani.
Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera.
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani "ipotetici".
E ora? Anche ora ci si sente come in due, da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si era rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.
venerdì 1 agosto 2008
Fatevi avanti tutti
Non so quali parole riempiranno questo posto, forse deliri, forse sogni, forse tutto o niente.
Ricordate... è un'arma una parola, un'arma il tono, il ritmo. Dev'essere forte anche quando, leggera, si fa sinuosa.
E' capace di far fiorire il deserto dove l'acqua è miraggio, di far accendere il fuoco della passione dove non c'è che indifferenza, di far sollevare popoli e far cadere tiranni.
Superare il senso del limite che sta tra immaginario e reale.
Oggi parlano come per abitudine, anche per confondere... e se il pensiero non si lasciasse pensare, incapace di emergere da un flusso di silenzio interrotto, allora sarà bandita la meraviglia e la parola non ha avrà più senso.